Maestro Albero / Una zuppa di erbacce

In questi incontri scopriremo quali piante spontanee sono commestibili, con un accenno all’uso alimentare delle cortecce di alcuni alberi e ai fermentati della tradizione thailandese, noti come fervida.

In primavera, grazie all’esplosione vegetativa favorita dall’abbondanza di rugiada, è facile reperire numerose piante alimurgiche. In autunno e in inverno, invece, la linfa vitale si ritira nelle radici e la vegetazione visibile diminuisce sensibilmente.

In questi casi, un tempo ci si orientava obbligatoriamente verso le radici edibili, come rizomi, bulbi e tuberi. Quando queste non bastavano, si sopravviveva mangiando la corteccia interna di alcuni alberi, chiamata anche libro (o floema) e alburno. Questa parte si trova tra la corteccia esterna e il legno vero e proprio; a differenza di questi ultimi, che sono durissimi, il libro è spesso tenero.

Attraverso questi strati scorre la linfa elaborata. In passato, questa corteccia veniva essiccata e polverizzata per ottenere una sorta di farina con cui preparare pane e pasta, oppure veniva consumata fresca. Il pane così ottenuto aveva uno scarso valore nutrizionale, ma si rivelava fondamentale nei casi di estrema necessità. Questa farina fornisce mediamente solo 140-200 kcal per 100 grammi, fungendo più che altro da riempitivo per lo stomaco. Non a caso, anche capre, asini e cervi spesso scortecciano le piante per nutrirsi. La linfa, elaborata nelle foglie, contiene zuccheri e amidi; scorrendo nei vasi cribrosi della corteccia, nutre l’intera pianta, incluse radici, frutti e germogli.

Un altro metodo molto interessante per il sostentamento invernale è nato in Thailandia, nei monasteri buddhisti: viene chiamato fervida e la tradizione vuole che sia stato ideato dal Buddha stesso. Questa tecnica non solo permette di conservare a lungo (anche per parecchi anni) frutta, verdura e altri vegetali, ma ne arricchisce il profilo nutrizionale, rendendoli molto più digeribili e ricchi di probiotici. Questi probiotici, oltre a migliorare il funzionamento dell’intestino, hanno proprietà curative.

Tornando alle piante spontanee, la differenza tra specie edibili, curative e velenose risiede principalmente nella concentrazione dei principi attivi: è per questo che Paracelso affermava che “è la dose che fa il veleno”. Le piante alimurgiche, presentando pochi principi attivi, sono sicure per il consumo alimentare.

Tuttavia, bisogna sempre considerare la sensibilità individuale. Alcune persone possono manifestare un’allergia persino con un semplice tè alla mela o a causa di microdosi estremamente diluite. Pertanto, prima di assumere qualsiasi sostanza, sarebbe opportuno effettuare un test allergologico e, in caso di terapie farmacologiche in corso, valutare sempre le possibili interazioni.

Di alcune piante edibili si consuma solo una specifica parte (radice, foglie, fiori, germogli, linfa o corteccia interna), mentre di altre si utilizza l’intera pianta, come nel caso del Tarassaco e dell’Ortica. L’Ortica, riconoscibile anche al buio grazie al tatto, è estremamente nutriente (contiene 8 aminoacidi essenziali) ed è considerata probabilmente il miglior depuratore del sangue, oltre a essere un valido antianemico ed emopoietico.

Ecco una classificazione delle principali piante e delle loro parti edibili:

Radici Edibili

  • Topinambur, Enotera, Aglio orsino, Lampascione, Dente di cane, Barba di becco, Bistorta, Carota selvatica, Pastinaca, Raperonzolo, Tarassaco, Tifa, Zigolo dolce, ecc.

Germogli Edibili

  • Pungitopo, Rovo, Asparago selvatico e Luppolo.
  • La fito-alimurgia include anche i germogli del Tamaro (una pianta altrimenti tossica, ma il cui principio attivo velenoso non è ancora formato nei giovani germogli) e i germogli della Vitalba, consumati esclusivamente previa bollitura.

Foglie Edibili

  • Amaranto dei prati, Aspraggine, Alliaria, Aglio orsino, Alchemilla, Acetosa, Borragine, Barba di becco, Bardana, Buon Enrico, Bistorta, Borsa del pastore, Calcatreppolo, Cicoria, Carota selvatica, Crescione dei prati, Crescione d’acqua, Tarassaco, Erba cipollina, Edera terrestre, Erba di santa Barbara, Erba di san Pietro, Ecchio, Chenopodio.
  • Galium mollugo, Galium aparine, Galinsoga, Imperatoria, Leontodon hispidus (il vero Dente di leone), Lamio bianco e giallo, Lattuga fetente (le cui foglie emanano un gradevole e intenso odore di patate bollite), Lassana.
  • Ortica, Margheritina (Pratolina), Malva, Pimpinella minore, Podagraria, Parietaria, Polmonaria, Portulaca, Piantaggine, Piattella, Primula vulgaris, Raperonzolo, Sonchus asper e Sonchus oleraceus, Trifoglio rosso e Valeriana rossa.

Frutti Edibili

  • Biancospino, Malva, Borsa del pastore, Corniolo, Castagno, Noce, ghiande di Quercia, Faggiole, Samare dell’Olmo, Passiflora, Cinorrodi di Rosa canina, Sambuco nero (rigorosamente solo frutti completamente maturi), Gelso, Nespole.
  • Frutti di bosco: Prugnolo, Mirtilli, More, Fragoline, Lamponi, ecc.

Cortecce Edibili (Alberi)

Attenzione: la corteccia va prelevata verticalmente o in piccole porzioni, senza mai intagliare un anello completo attorno al tronco, altrimenti la pianta muore.

  • Abete bianco e rosso, Acero (campestre, di monte e saccarino), Betulla, Faggio, Frassino, Gelso nero, Noce, Olmo, Pino silvestre, Pino bianco, Pioppo, Platano, Quercia, Tiglio.
  • Tutti i Salici (risultano molto amari, ma sono commestibili).

Nella sezione download del sito (accessibile solo per gli utenti registrati) potrete visionare le immagini di tutte queste piante, oltre a dettagli sintetici relativi alla preparazione della porzione edibile di ciascuna di esse.

18 aprile 2026 9:30-11:30 a Monterosso

18 aprile 2026 14:30-16:30 a Valtesse

30 maggio 2026 ore 10.00 passeggiata, ore 14.30 conferenza a Santa Brigida (verso il Passo San Marco)

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